
Nascere a Zagabria nel 1972 ha significato appartenere a un mondo i cui confini sarebbero presto crollati. Per Seherezada, il movimento è diventato fin da giovane una condizione di vita. L'Europa occidentale è stata una promessa lunga tre decenni: prima cinque anni nel rigore della Germania, poi due nell'esagono francese, e infine quasi trent’anni d'Italia. In Italia, Seherezada ha costruito la propria stabilità mattonella su mattonella. Tra convivenze, un matrimonio burrascoso e la nascita di tre figli, il suo tempo è stato scandito dai turni di lavoro come addetta alle pulizie. Ha pulito i pavimenti di piccole aziende locali fino ai grandi complessi industriali della multinazionale Barilla. Un lavoro faticoso, spesso invisibile, ma capace di offrire dignità, regolarità e un'integrazione concreta nel tessuto sociale europeo.
Capitolo II: La frattura e la scelta controcorrente




Dopo quasi trent'anni, l'equilibrio costruito in Italia comincia a incrinarsi sotto il peso di disagi personali intensi. Per Seherezada non si tratta soltanto di cambiare città, ma di cercare un punto d'approdo radicalmente nuovo, dove poter ricominciare. La scelta è del tutto controcorrente rispetto alle rotte tradizionali dell'emigrazione: non una fuga verso i Paesi più ricchi del Nord Europa, ma una ritirata verso Est. La destinazione è Niš, la terza città della Serbia, un centro industriale segnato dalla transizione post-socialista. È qui che lega il suo destino a un nuovo compagno, diventato suo marito il 29 ottobre 2022. Una decisione che segna il passaggio da un benessere occidentale faticosamente conquistato a un panorama urbano fatto di cemento, freddo e incertezza.
Capitolo III: La quotidianità di Seherezada




A Niš la povertà non è un'astrazione statistica: è la materia concreta di cui sono fatte le giornate. Lontana dalle reti di protezione sociale europee, la sopravvivenza si riduce a un'operazione matematica di estrema precisione. Per sbarcare il lunario, Seherezada percorre le strade della città raccogliendo e vendendo lattine di alluminio e altri oggetti metallici. Ogni chilometro a piedi, ogni cassetto o cassonetto ispezionato si traduce in pochi dinari. A questo magro ricavo si aggiungono le saltuarie donazioni di qualche privato e una manciata di euro che i figli, rimasti in Italia, riescono a inviarle mensilmente. È una contabilità della sussistenza, dove anche un piccolo imprevisto può azzerare il bilancio della settimana.
Capitolo IV: Il perimetro domestico











Varcata la soglia di casa, la vulnerabilità materiale si raddoppia. Le pareti domestiche non offrono un riparo dalle difficoltà, ma ne diventano il teatro principale. Seherezada condivide il suo spazio quotidiano con un marito fragile e con una figlia adolescente che affronta complessi e gravosi disturbi psicologici. In questo spazio intimo, il carico materiale della povertà si intreccia indissolubilmente con la fatica emotiva dell'accudimento. Non ci sono riposi o turni di sollievo: la cura della famiglia richiede una presenza costante, vigile, che consuma le energie residue prima ancora che la giornata sia finita.
Capitolo V: La misura della dignità
Questo racconto fotografico si rifiuta di cedere al pietismo. Le immagini documentano la realtà senza addolcirla, mettendo a contrasto le tonalità grigie e severe dell'architettura urbana serba con la luce calda, delle penombre domestiche. Nonostante la rigidità della situazione, ciò che emerge è la resistenza. Raccogliere un metallo dal marciapiede, sistemare il letto o preparare un caffè su un fornello diventano atti raggruppati sotto un'unica priorità: riaffermare la propria presenza nel mondo. Dopo aver attraversato le mappe dell'intera Europa, Seherezada si ritrova a ricostruire la propria esistenza dalle fondamenta, dimostrando che la dignità non dipende dal luogo in cui si si trova, ma dal modo in cui si sceglie di restare in piedi.
